Fino al 15 novembre 2026 la Galleria Civica di Trento ospita “Pietre di pane. Memorie di geografie fragili”.

Con queste nuova mostra il Mart dedica un progetto di ricerca ai luoghi vulnerabili e spopolati, alle geografie culturali e alle possibilità di immaginare nuove forme di cura e responsabilità.

A cura di Giulia Colletti e Gabriele Lorenzoni, in collaborazione con il Comune di Trento – Servizio cultura, eventi, sport e giovani, il percorso nasce a partire dal pensiero dell’antropologo Vito Teti e mette in dialogo le opere delle Collezioni del museo con interventi site-specific di artisti e artiste italiani e internazionali.

Il progetto si amplia inoltre attraverso un programma di eventi sul territorio e progetti di arte pubblica, con l’obiettivo di portare la riflessione oltre i confini della sala espositiva.

La mostra “Pietre di pane" propone una lettura unica
La mostra “Pietre di pane” propone una lettura unica

Pietre di pane e le geografie fragili dei territori

La mostra prende in prestito il titolo dalla raccolta di saggi di Vito Teti per confrontarsi con uno dei temi centrali del dibattito contemporaneo: il progressivo svuotamento di alcuni territori a fronte della crescita e della concentrazione urbana.

Un fenomeno che riguarda numerose aree in Italia e nel mondo e che porta con sé questioni complesse legate al modo in cui abitiamo i luoghi, alla marginalità e alla possibilità di riattivare territori segnati da trasformazioni profonde.

Pietre di pane non propone una visione nostalgica dei territori spopolati e non idealizza i borghi come luoghi immobili e perfetti.

Al contrario, la mostra propone una riflessione critica sulla complessità dell’abitare e sulle possibilità di costruire nuove forme di relazione con luoghi segnati da fratture storiche e sociali.

In questa prospettiva assume particolare importanza il concetto di “restanza” elaborato da Teti.

Non una condizione di immobilità, ma la scelta consapevole di abitare luoghi fragili attraverso pratiche di cura, responsabilità e immaginazione.

Il progetto di ricerca si concentra su luoghi vulnerabili e spopolati
Il progetto di ricerca si concentra su luoghi vulnerabili e spopolati

La memoria dei luoghi tra materia, assenza e presenza

Il titolo della mostra richiama un’immagine capace di unire materia, memoria e trasformazione.

Il pane, infatti, non è soltanto un alimento.

Come scrive Vito Teti, ha i suoi paesaggi, i suoi archivi, i suoi mulini, le sue storie, le sue leggende, i suoi santi e i suoi ingredienti.

Ha i suoi miti, le sue memorie, il suo folklore e i suoi musei.

Eppure, resta ancora in larga parte da scrivere “un grande romanzo del pane”.

Da questa prospettiva nasce una mostra che guarda alla relazione tra ciò che resta e ciò che scompare.

Anche ciò che appare inerte, come una pietra o un luogo abbandonato, può custodire una forza vitale e generativa.

È proprio da questa tensione che prende forma la domanda centrale del progetto: “Quale pane porta in sé ogni pietra?”.

“Pietre di pane" è dedicato alle geografie culturali e alle possibilità di immaginare nuove forme di cura e responsabilità.
“Pietre di pane” è dedicato alle geografie culturali e alle possibilità di immaginare nuove forme di cura e responsabilità.

Pietre di pane: 50 opere e quattro villaggi ideali

Il percorso espositivo riunisce circa 50 opere di 31 artisti e artiste.

Le opere delle Collezioni del Mart, comprese alcune raramente esposte come quelle di Richard Long e Mirella Bentivoglio, dialogano con interventi site-specific di artisti italiani e internazionali, tra cui Francis Offman e Marina Caneve.

Il progetto comprende inoltre importanti prestiti provenienti da gallerie e collezioni private, con opere di Ana Mendieta, Shilpa Gupta, Zhanna Kadyrova e Giorgio Andreotta Calò, tra gli altri.

La mostra può essere letta attraverso quattro “villaggi” ideali, nuclei di ricerca che propongono differenti modalità di relazione con il territorio.

Il primo è quello delle latenze, dove emergono resti, sedimentazioni e assenze apparentemente silenziose.

Seguono gli attriti, attraversati da archivi incompleti, conflitti e storie irrisolte.

Le derive seguono invece traiettorie di migrazione, spostamento e frattura territoriale.

Infine, le riattivazioni mettono in relazione le tracce del passato con la presenza dei visitatori attraverso gesti, pratiche performative e forme di partecipazione.

Questi quattro concetti non corrispondono a sezioni espositive rigide, ma costituiscono una mappa interpretativa aperta, capace di accompagnare il pubblico senza imporre un’unica lettura delle opere.

La mostra mette in dialogo opere delle Collezioni del museo con interventi site-specific di artisti e artiste italiani e internazionali.
La mostra mette in dialogo opere delle Collezioni del museo con interventi site-specific di artisti e artiste italiani e internazionali.

Il public program tra arte pubblica e partecipazione

La mostra non si esaurisce all’interno della Galleria Civica di Trento.

Il coinvolgimento della cittadinanza rappresenta infatti un impegno centrale del progetto, che si sviluppa attraverso interventi di arte pubblica, eventi sul territorio e proposte laboratoriali rivolte alle comunità.

Il calendario viene inaugurato con l’happening di Mladen Stilinović, a cura di Branka Stipančić, vedova dell’artista.

L’installazione “For Marie Antoinette ’68”, nata nel contesto delle manifestazioni di protesta di Zagabria del 1998 e successivamente riallestita in diverse occasioni, viene realizzata utilizzando pani locali.

L’opera denuncia la distanza tra il potere e i bisogni reali e allude al nutrimento in senso concreto e metaforico.

Allo stesso tempo, il pane diventa un dispositivo di resistenza diffuso e sempre attuale.

A partire da settembre, il public program si svilupperà in diversi luoghi della città, aggiungendo alla mostra una dimensione di condivisione e socializzazione che supera i confini degli spazi espositivi della Galleria Civica.

La mostra propone una riflessione critica sulla complessità dell’abitare
La mostra propone una riflessione critica sulla complessità dell’abitare

Una mostra per ripensare il modo di abitare

Con “Pietre di pane. Memorie di geografie fragili”, il Mart costruisce un percorso che mette in relazione opere, territori e comunità.

La mostra guarda ai luoghi vulnerabili non come spazi immobili da conservare, ma come geografie ancora attraversate da possibilità, memorie e forme di responsabilità.

Abitare significa quindi anche prendersi cura, immaginare e trovare nuove forme di relazione con ciò che sembra fragile o marginale.

Attraverso il dialogo tra le opere delle Collezioni del Mart, gli interventi site-specific e il programma di arte pubblica, il progetto invita a interrogarsi su ciò che rimane nei luoghi e su ciò che può ancora essere riattivato.

Una riflessione che torna alla domanda da cui la mostra prende avvio e che continua a risuonare lungo tutto il percorso: quale pane porta in sé ogni pietra?