Si è appena conclusa la mostra “Short & Sweet” del grande genio fotografico Martin Parr (classe 1952) a Bologna.
L’abbiamo visitata la Museo Civico Archeologico durante l’ultimo periodo di feste e oggi ve ne parliamo per raccontarvi di Parr.
Apre la mostra una citazione:
“Si può imparare di più sul Paese in cui si vive da un comico che dalla conferenza di un sociologo.”
Questa frase dice già tantissimo dell’approccio di questo autore inglese, che si è fatto spazio nel mondo della fotografia proprio per la sua singolare capacità di vedere il mondo.

Ripercorriamo la carriera di uno dei più famosi fotografi documentaristi contemporanei.
Lo sguardo di Martin Parr è immediatamente riconoscibile.
È una lente di ingrandimento a colori vivaci che crea storie partendo dalla realtà.
Cattura momenti autentici e spesso eccentrici della vita quotidiana cogliendo l’essenza di un luogo o di una situazione attraverso la ricerca del dettaglio perfetto.
Martin Parr offre una prospettiva unica e spesso provocatoria della società contemporanea.
L’autore apre il percorso espositivo con il ‘in bianco e nero’, ovvero con la serie The Non-Conformists.
Le immagini scattate dal 1975 al 1980 sono di un inedito, giovane e ispirato Martin Parr, appena terminata la scuola d’arte.
L’autore ha solo ventitré anni quando scatta queste fotografie, ed insieme alla sua compagna (e futura moglie) Susie Mitchell, si muove della metropoli londinese verso le periferie dello Yorkshire.
Per cinque anni la coppia documenta in particolare quelli dei Non Conformisti, dal nome delle cappelle metodiste e battiste che stavano diventando numerose nella zona.
Martin fotografa sia l’ambiente circostante che le vite dei colletti blu di operai, minatori, agricoltori, devoti, guardiacaccia, allevatori di piccioni e “mariti presi per il naso”.
Realizzano un documento storico e toccante che definisce il carattere ferocemente indipendente dell’Inghilterra settentrionale dall’anglicismo di Stato.

Martin Parr offre una cronaca fotografica senza filtri e fuori dalla retorica.
Prima di approdare alle più conosciute serie a colori, troviamo un ultimo progetto in bianco e nero sviluppato da Parr: Bad Weather.
Lo realizza tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta e viene pubblicato nel 1982.
L’idea è quella di creare un lavoro incentrato su un’ossessione britannica: il tempo atmosferico si fa soggetto ideale.
Con una fotocamera subacquea, Parr si getta sotto le tipiche condizioni meteorologiche inglesi: acquazzoni, pioggerelline, tempeste di neve documentate rigorosamente tra Inghilterra e Irlanda.
“Di solito ti viene detto di fotografare solo quando la luce è buona e c’è il sole – afferma l’autore – e mi piaceva l’idea di scattare fotografie solo in caso di maltempo, come modo per sovvertire le regole tradizionali”.
Con scanzonata serietà, la serie unisce espressioni e reazioni delle persone che vivono costantemente sopportando temperature pungenti e clima uggioso.
Parr, in questo modo, rivolge lo sguardo all’umanità piuttosto che all’iconico e ben noto paesaggio britannico.

Poi arrivano le serie più celebri di Martin Parr.
Il primo progetto a colori è The Last Resort (1982-1985).
Amaramente ironico, il reportage è condotto sulle spiagge di Brighton, sobborgo balneare di Liverpool, nella metà degli anni Ottanta.
Tra satira e crudeltà – non priva di una certa tenerezza per i suoi connazionali inglesi – ritrae famiglie a basso reddito in vacanza a New Brighton, piccola località balneare in declino vicino a Liverpool.
La località di villeggiatura estiva assume l’aria di una zona industriale.
È un reportage spietato e lucido sulla fine di un mondo (quello operaio) e dei suoi valori, nonché l’avvento di una nuova concezione consumistica della vita, la decadenza della società del benessere e del consumo.
Poi arriva Common Sense, serie che offre uno studio ravvicinato del consumo di massa e della cultura dello spreco, in particolare occidentale ed europea.
Parr eccelle qui nella resa di soggetti legati spesso al cattivo gusto e alla volgarità contemporanea, che coglie con un cinismo di fondo e un sarcasmo senza precedenti.
Composizioni dinamiche, accostamenti audaci, oggetti pesantemente kitsch, angoli insoliti, inquadrature ravvicinate catturano l’attenzione e suscitano interesse.
Fondamentale diventa l’attenzione al dettaglio.

C’è un’ossessiva ricerca visiva di tutto ciò che è volgare, stonato, assurdo.
Negli anni Novanta lo sguardo di Martin Parr si rivolge allo strano universo del turismo di massa e nasce Small World (1989-2008).
Mostra la differenza tra la mitologia idealizzata del luogo e la realtà depredata dall’“uso” che il turista fa del luogo stesso.
Seguendo le orme del turista medio, Martin Parr rivela la grande farsa del viaggio, presentandoci uno specchio particolarmente crudele.
C’è poi il tema del ballo con la serie Everybody Dance Now (1986-2018), perchè Secondo Martin Parr, oltre la fotografia, la danza è probabilmente la forma di espressione più democratica.
Chiudiamo con Establishment (2010-2016) che prosegue il grande progetto di fotografare l’establishment britannico, reinventando i cliché dell’“inglese”.
Chiudiamo con la serie Fashion (1999-2019), in cui Martin Parr osserva inevitabilmente il mondo della moda, rimanendo fedele al suo stile, nonostante il cambio di soggetto e contesto.
Martin Parr rimane “cartina tornasole” per osservare la società contemporanea e le sue pieghe più contraddittorie.