Continuiamo a parlare di grandi fotografi con la mostra “Brassaï. L’occhio di Parigi”, ospitata dallo scorso 23 febbraio a Palazzo Reale.

Milano continua ad accogliere grandi mostre, esposizioni perfette per chi è amante della fotografia o anche solo si vuole avvicinare alla materia.

Studiare infatti personaggi come Brassaï, significa conoscere u pezzo importante del ‘900, riscoprendo tanti aspetti che ancora oggi fanno parte della nostra cultura.

Brassaï, "Tour Eiffel" en 1931 e "La Môme Bijou au Bar de la Lune", Montmartre c. 1932
Brassaï, “Tour Eiffel” en 1931 e “La Môme Bijou au Bar de la Lune”, Montmartre c. 1932

La mostra è realizzata in collaborazione con l’Estate Brassaï Succession.

La retrospettiva è curata da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del fotografo.

Ribeyrolles detiene un’inestimabile collezione di stampe di Brassaï e un’estesa documentazione relativa al suo lavoro di artista.

Ha custodito l’opera e l’anima dell’autore e continua ad ‘esportare’ il genio all’estero.
La mostra presenta, oltre a sculture, documenti e oggetti appartenuti al fotografo.

Tutti i materiali servono a restituire un aspetto: la poliedricità dell’artista, che non fu solo narratore per immagini.

Quello che ne emerge, anche all’interno della mostra a Palazzo Reale, è un approfondito e inedito sguardo sull’opera di Brassaï, con particolare attenzione alle celebri immagini dedicate alla capitale francese e alla sua vita.

Couple au bal des Quatre Saisons, rue de Lappe + Graffiiti Le Roi Soleil Série IX Images primitives c.1945-1950
Couple au bal des Quatre Saisons, rue de Lappe + Graffiiti Le Roi Soleil Série IX Images primitives c.1945-1950

Brassaï “sapeva vedere tutto”.

“Questo fotografo, pittore, scultore e scrittore
sapeva vedere tutto e, grazie alla sola virtù della sua attenzione,
dava alla realtà una qualità e un’aderenza che rendevano
il mondo allo stesso tempo più strano e meno estraneo.”

Sono queste le parole con cui Roger Grenier – scrittore, giornalista e animatore radiofonico francese – esordisce parlando di Brassaï.

Ma partiamo dal principio: chi è Brassaï? Da dove deriva questo suo nome d’arte?

Brassaï è ungherese di nascita.

Il suo vero nome è Gyula Halász, sostituito dallo pseudonimo Brassaï in onore di Brassó, la sua città natale.

Parigino poi d’adozione, Brassaï è stato uno dei protagonisti della fotografia del XX secolo.

È stato definito dall’amico Henry Miller – scrittore, pittore, saggista e reporter di viaggio statunitense – “l’occhio vivo” della fotografia.

Brassaï, "Le Baiser" c. 1935-37 e "Couple d'amoureux dans un café parisien, Place Clichy"
Brassaï, “Le Baiser” c. 1935-37 e “Couple d’amoureux dans un café parisien, Place Clichy”

Immagini iconiche che nell’immaginario collettivo.

Possono essere definiti così gli scatti di Brassaï.

Le sue fotografie dedicate alla vita della Ville Lumière – dai quartieri operai ai grandi monumenti simbolo, dalla moda ai ritratti degli amici artisti, fino ai graffiti e alla vita notturna – identificano immediatamente il volto di Parigi.

È partecipe del grande fermento culturale che investe la capitale francese in quegli anni, a partire dal 1924.

Ha una relazione stretta con artisti come Picasso, Dalí e Matisse, ed è vicino al movimento surrealista.

Brassaï è stato tra i primi fotografi, in grado di catturare l’atmosfera notturna della Parigi dell’epoca e il suo popolo: lavoratori, prostitute, clochard, artisti, girovaghi solitari.
Nelle sue passeggiate, il fotografo non si limita alla rappresentazione del paesaggio o alle vedute architettoniche, ma si avventura anche in spazi interni più intimi e confinati, dove la società si incontrava e si divertiva.

È del 1933 il suo volume Paris de Nuit (Parigi di notte), un’opera fondamentale nella storia della fotografia francese.
Le sue fotografie sono anche pubblicate sulla rivista surrealista “Minotaure”, di cui Brassaï diviene collaboratore e attraverso la quale conosce scrittori e poeti surrealisti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray.

Couple avec matelot, Pont de la Tour Eiffel ca.1932 + Un mauvais garçon à l’affut
Couple avec matelot, Pont de la Tour Eiffel ca.1932 + Un mauvais garçon à l’affut

“Brassaï. L’occhio di Parigi” è aperta fino al prossimo 2 giugno.

“Esporre oggi Brassaï significa – afferma Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra – rivisitare quest’opera meravigliosa in ogni senso, fare il punto sulla diversità dei soggetti affrontati, mescolando approcci artistici e documentaristici; significa immergersi nell’atmosfera di Montparnasse, dove tra le due guerre si incontravano numerosi artisti e scrittori, molti dei quali provenienti dall’Europa dell’Est, come il suo connazionale André Kertész.”

Brassaï appartiene a quella “scuola” francese di fotografia definita umanista, per la presenza essenziale di donne, uomini e bambini all’interno dei suoi scatti sebbene riassumere il suo lavoro solo sotto questo aspetto sarebbe riduttivo.

Oltre alla fotografia di soggetto, la sua esplorazione dei muri di Parigi e dei loro innumerevoli graffiti testimonia il legame di Brassaï con le arti marginali e l’art brut di Jean Dubuffet.

Nel corso della sua carriera il suo originale lavoro viene notato da Edward Steichen, che lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 1956: la mostra “Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï” riscuote un enorme successo.

I legami di Brassaï con l’America si concretizzano anche in una assidua collaborazione con la rivista “Harper’s Bazaar”, di cui Aleksej Brodovič fu il rivoluzionario direttore artistico dal 1934 al 1958.

Per “Harper’s Bazaar” il fotografo ritrae molti protagonisti della vita artistica e letteraria francese, con i quali era solito socializzare.

I soggetti ritratti in quest’occasione saranno pubblicati nel volume “Les artistes de ma vie”, del 1982, due anni prima della sua morte.

Brassaï scompare il 7 luglio 1984, subito dopo aver terminato la redazione di un libro su Proust, al quale aveva dedicato diversi anni della sua vita.